Pediatria: la qualità dell'alimentazione materna

Luigi Tarani è Professore Aggregato in Pediatria presso l’Università di Roma “La Sapienza” dal 1989. Attualmente è dirigente medico presso il Dipartimento di Pediatria de “la Sapienza”con Funzione di Alta Specializzazione in Dismorfologia e Difetti Congeniti.
Negli ultimi anni si è assistito all’aumento di malattie rare nei neonati. In base alla sua esperienza quali sono le patologie più frequenti? Sono dovute ad un cattivo comportamento alimentari delle madri durante la gravidanza?
Le malattie rare sono circa 6-7000 e vengono definite anche difetti congeniti in quanto possono insorgere al concepimento o anche durante la vita fetale. La loro incidenza varia tra il 3-5% dei neonati e le cause sono note solo nel 40% dei casi (malattie genetiche e malattie acquisite in utero da fattori ambientali: radiazioni, inquinamento, fumo, alcool, stupefacenti e farmaci assunti dalla madre, infezioni connatali). L’alimentazione materna è decisiva nel favorire la salute del feto, specialmente l’apporto di grassi e vitamine al cervello ad esempio con le uova (colina), nonché di proteine e di acido folico, utile nel ridurre il rischio di difetti del tubo neurale del 72% (ma anche di palatoschisi e cardiopatie del 20-25%) se assunto quotidianamente alla dose di 0,4 mg, dal 3° mese prima del concepimento al 2° mese di gravidanza.
Lei si è occupato molto delle anomalie feto alcoliche, legato al consumo di bevande alcoliche durante la gravidanza. Quali sono i rischi principali per i neonati?
L’uso di alcool durante la gravidanza espone una percentuale ignota di feti al rischio di sviluppare una sindrome poli-malformativa caratterizzata da uno scarso accrescimento somatico, microcefalia con malformazioni cerebrali, una faccia dismorfica con tratti caratteristici (fessure palpebrali brevi, ipoplasia degli zigomi, filtro lungo e piatto e labbro superiore sottile), difetti congeniti cardiaci, renali, ossei etc. e ritardo mentale lieve-medio. Poiché ancora non si conosce la soglia oltre la quale l’alcool danneggia il feto, si consiglia di abolire del tutto l’assunzione di alcool nel momento in cui si programma una gravidanza e per tutta la sua durata con l’obbiettivo auspicabile di eradicare il ritardo mentale acquisito più comune.
Parliamo dell’alimento forse più importante per i bambini: il latte materno. Qual è l’età giusta per lo svezzamento? L’informazione “classica” dice intorno ai sei mesi: qual è la sua opinione?
Il latte materno è “previsto dal regolamento” come alimento a migliore bio-disponibilità di nutrienti, infatti proteine, zuccheri, grassi, Sali e vitamine sono nelle quantità ottimali e nelle giuste proporzioni per essere assorbiti ed utilizzati come elementi strutturali o funzionali del neonato. Il suo impiego va promosso anche per consolidare la diade affettiva madre-bambino ed è noto che l’elevato contenuto di cellule immunitarie ed anticorpi rappresenti una difesa passiva molto utile in una fase della vita in cui il neonato è un po’ “scoperto” quanto a difese immunitarie specifiche. Il fatto che sia anche economico non è secondario , ma il valore principale sta nel favorire un migliore sviluppo somatico ed intellettivo e di proteggere da allergie ed obesità future. li suo impiego esclusivo è consigliato fino a 5-6 mesi, età di inizio del divezzamento (alimentazione complementare) in ragione dell’aumentato fabbisogno di ferro e proteine e così integrato, può essere continuato fino ai 12-18 mesi.
Si da generalmente molta importanza all’apporto proteico attraverso l’alimentazione: quali sono le sue considerazioni in merito? Servono davvero tutte queste proteine?
Il metabolismo, non solo energetico, durante i primissimi anni di vita (e probabilmente già prima della nascita), viene orientato da condizionamenti definitivi , biochimici e psicologici, che possono in seguito tradursi in vie metaboliche e abitudini alimentari e comportamentali stabili, i cui significati e durata possono essere di diversa entità, ma possono condizionare la salute dell’adulto anche in senso negativo, favorendo l’insorgenza di malattie cardio-vascolari e di diabete.
L’eccessivoapporto di proteine è uno dei comportamenti responsabili di questo condizionamento del programma metabolico dell’individuo ed in Italia è noto che al divezzamento i nostri bambini assumono quantità di proteine 5 volte maggiori dei livelli di assunzione raccomandata. Questo deve far pensare pediatri e genitori a ridurre le quantità di carne, pesce, uova, formaggi e legumi allo stretto necessario, senza ambire al paradigma del passato “bambino grasso uguale bambino bello”…. ma poi adulto malato…
Quali sono i pro e contro di un’alimentazione vegana e vegetariana per i bambini?
E’ ben noto che se una gestante segue una dieta vegetariana durante la gravidanza espone il feto a deficit di vitamine del gruppo B. Inoltre, diversi studi in letteratura hanno tentato di quantificare la differenza tra gli introiti di micro e macronutrienti nei soggetti in dieta onnivora e in quelli vegetariani. Tra questi ultimi vi è un sottogruppo, definiti vegani, che escludono dalla propria dieta non soltanto la carne, ma anche qualsiasi alimento di origine animale, compresi il latte, l’uovo e i loro derivati. La vitamina B12 è presente solamente negli alimenti di origine animale con concentrazioni maggiori in molluschi, carne, pesce, latte e uova. Nonostante la termolabilità della vitamina B12, i derivati del latte e le uova contengono comunque piccole quantità della vitamina anche se cotti o pastorizzati.
Appare scontato, quindi, che nei bambini in dieta priva di tali alimenti il deficit vitaminico sia oggettivamente possibile, anche se molti prodotti industriali come i cereali e alcuni alimenti a base di soia, che possono rientrare nella dieta dei bambini vegani, vengono supplementati con diverse vitamine, tra cui la B12. Succede così che lo scarso apporto non è quasi mai così estremo da comportare un deficit severo e, pertanto, le manifestazioni cliniche, quando presenti, sono modeste e non facilmente identificabili (amnesie, sonnolenza). Anche il volume corpuscolare medio delle emazie, spia indiretta di una carenza di vitamina B12, può risultare normale per l’abbondante introito di acido folico, sostanza presente in elevata quantità nei vegetali, e dell’effetto contrario di una, più o meno importante, sideropenia secondaria alla dieta priva di carne.
Andrebbe inoltre anche ricordato che la vitamina B12 è fondamentale per l’attività della metilen-tetraidrofolato reduttasi (MTHFR), enzima coinvolto nel metabolismo della metionina. L’ipofunzionalità di tale enzima comporta un aumento dell’omocisteina sierica che rappresenta un fattore associato a un maggior rischio di malattia vaso-occlusiva: di conseguenza verrebbero paradossalmente a mancare anche i supposti vantaggi della dieta vegetariana sugli outcome cardiovascolari (diminuzione dell’aterosclerosi). Appare ragionevole quindi prendere in seria considerazione questo possibile deficit, verificando la presenza della vitamina negli alimenti abitualmente assunti da questi pazienti, ed avviare, ove necessario, una supplementazione orale.
Marialuisa Roscino ©
 

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