Dieta dei poveri per prevenire il tumore alla mammella

Una dieta ricca di cereali e legumi non raffinati, simile alla “dieta dei poveri” di una volta, può agire come fattore di protezione contro l'insorgenza del cancro alla mammella.

E' la conclusione cui è giunta un'indagine svolta dall'Unità epidemiologica dell'Istituto dei tumori di Milano. Sottoponendo un campione di oltre 200 donne a una dieta a base di riso, soia, pasta e fagioli, cuscus, miglio, mandorle e semi vari, i ricercatori ha ottenuto un abbassamento del livello di ormoni sessuali e di insulina, riducendo in tal modo la presenza di due importanti fattori di rischio. In Italia si ammalano di tumore alla mammella nel corso della vita dieci donne su 100.

Ci sono però aree del mondo dove l'incidenza è 10 volte più bassa. Fra queste, a sorpresa, si trovano quasi esclusivamente paesi poveri e aree rurali. “Il fatto che nel Giappone rurale le donne siano colpite dal tumore alla mammella molto meno di quanto lo siano le stesse donne trasferite negli Usa”, hanno spiegato i promotori della ricerca, “fa capire la grande importanza dei fattori ambientali, in questo caso superiore a quella dei fattori genetici. E la differenza fondamentale fra le due situazioni risiede principalmente proprio nelle diverse abitudini alimentari”.

Il prossimo passo della ricerca di Berrino sarà uno studio dedicato alle donne che si sono ammalate di cancro alla mammella prima dei 40 anni. In Italia ce ne sono circa 20 mila, e gran parte di loro presumibilmente aveva una forte predisposizione ereditaria in tal senso. “Bisogna verificare qual è la loro storia alimentare e scoprire come queste donne si siano alimentate nel corso della loro vita”, hanno proseguito, “poi proveremo a modificare la loro dieta per verificare se ciò può avere effetti positivi sul decorso della malattia”.
C’è da aggiungere che il cibo dei poveri piace sempre di più ai ricchi. I legumi sono alla base della Dieta Mediterranea e del crescente numero di consumatori che hanno scelto un regime alimentare vegetariano e vegan. E in Italia sono in crescita, secondo l'ultimo Rapporto Ismea sui legumi per l'alimentazione umana, sia la produzione (+11%) e quindi la superficie agricola dedicata (+9%), sia i consumi (+1,4%).

E' in atto una vera e propria "riscoperta" di queste proteine vegetali rispondenti a nuovi stili alimentari, nonché al diminuito potere d'acquisto delle famiglie che optano per la convenienza di piatti a base di fagioli, piselli, lenticchie e ceci. Nel carrello della spesa, secondo dati Ismea-Nielsen, prevalgono negli acquisti i piselli (42%), fagioli (31%), lenticchie (11%), ceci (9%) e fave (2%). A far la parte del leone lo scatolame (61%), seguito dai surgelati (25%), 13% i legumi secchi. Chiamati dai contadini "carne dell'orto", ricorda Mario Liberto nel libro "Legumi, gioielli d'Italia", la produzione è localizzata per il 63% in Sicilia, Abruzzo, Toscana, Marche e Umbria. Quest'ultima, prima del terremoto, aveva la supremazia delle produzioni certificate con la rinomata Lenticchia di Castelluccio di Norcia. Nel dimenticatoio, lamenta Liberto, i gustosi lupini. Per quanto riguarda i legumi secchi, rimarca l'Ismea l'Italia dipende fortemente dalle importazioni dall'estero che coprono circa i tre quarti dei consumi degli italiani.

Marialuisa Roscino
 

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